Luoghi esoterici di Roma: La Porta Ermetica di Piazza Vittorio

Porta_Magica_o_ Alchemica

Una mattina di tanti anni fa, tra gli odori non sempre gradevoli del mercato di Piazza Vittorio e gli spintoni della gente, mi faccio avanti alla ricerca della Porta Ermetica. Nessuna traccia. Chiedo ai bancarellisti che mi guardano incuriositi, finché uno di loro mi fa cenno col dito che la troverò sull’angolo della piazza, sempre che riesca a oltrepassare il muro delle bancarelle. Finalmente la raggiungo, nessun guardiano in vista. Poco vicino due vecchietti discutono di politica.

Mi fermo, preso dalla curiosità di fare qualche domanda: «Sapete nulla sulla porta?» domando affabile. Il più arzillo risponde: «La porta!?… Quale porta?… Ah quella lì… Bòh! Pare che ce se fanno le magie!». Interviene l’altro ridacchiando: «Se dice che ce se faceva l’oro, si uno era bbono a indovinà che c’era scritto sopra!». Ringrazio e domando se c’è un guardiano. «Abbastano li gatti per guardalla!» rispondono ridendo. Tre, quattro felini mi fissano diffidenti. Forse loro sanno quello che i romani non sanno più!

Ora il mercato non c’è più a Piazza Vittorio, ma i gatti sono rimasti. Quella porta era un tempo l’ingresso secondario della Villa Palombara che si estendeva dai giardini di piazza Vittorio fino a viale Manzoni. Aveva cinque ingressi: tre sull’allora strada Felice (oggi via Sistina), uno su via Merulana e uno su viale Manzoni. All’interno comprendeva cinque edifici, tutto il resto era coperto a vigneto.

L’antica villa Palombara in una mappa incisa da Giovanni Battista Falda (1676). Tratta da Wikipedia

La porta si trova sull’angolo della piazza, di fronte alla chiesa di Santo Eusebio. Nella seconda metà del Seicento, il marchese Massimo Palombara e la regina Cristina di Svezia avevano fatto della Villa un centro culturale nel quale si privilegiava soprattutto l’alchimia.

Cristina era giunta a Roma l’antivigilia di Natale del 1655, dopo aver abdicato al trono di Svezia ed essersi convertita al cattolicesimo. Fu accolta trionfalmente sotto l’arco di Piazza del Popolo, per l’occasione ridisegnato dal Bernini. Tranne qualche breve periodo, resterà nella città per oltre trent’ anni e sino alla morte.

Arco di Piazza del Popolo. ridisegnato dal Bernini – Roma

Amata e corteggiata da prelati, intellettuali e letterati, di lei non lasciò un buon ricordo tra il popolo, come scrive di lei un biografo: «Corteggiata da una schiera di cardinali, circondata di nobili spiantati, e di ribaldi riparati nella franchigia del suo palazzo per salvarsi dai birri, tra i musici, i poeti e gli alchimisti, più volte partitasi da Roma e più volte tornatavi, gelosa degli onori reali, lorda del sangue di Monaldeschi, la Regina, che aveva costato ai papi tanto danaro, morì finalmente nel 1689, liberandoli da infiniti fastidi, e procurando al popolo l’ ultimo spettacolo, quello de’ suoi funerali

Gli storici hanno tentato di spiegare i motivi dell’abdicazione, ora attribuendola alla conversione, ora al suo rifiuto di sposarsi, ora agli intrighi politici di quei tempi. In realtà, non si trovano ragioni convincenti se non si studia la personalità di questa donna per certi versi eccezionale. La porta alchemica o ermetica di piazza Vittorio ci offre un contributo in tal senso.

La Porta Alchemica di Piazza Vittorio – Roma

Cristina lasciò il trono influenzata da millenaristi, profeti e astrologi di cui amava circondarsi, comprendendo che per il suo progetto di una monarchia e di una pace universale avrebbe avuto più possibilità in giro per l’Europa come ambasciatrice di pace, che come sovrana di uno stato protestante controllato dai nobili.

Inoltre, sotto l’influenza dei gesuiti Cristina doveva essersi convinta che la tradizione e la verità erano con la Chiesa Cattolica, la sola veramente universale dopo oltre sedici secoli di storia. Del resto, la sua abdicazione si risolse in un contratto con l’ Assemblea dei nobili, con il quale, oltre a un cospicuo vitalizio, si assicurava il mantenimento della sovranità e persino il potere di continuare ad amministrare la giustizia in Svezia. Fu lei inoltre a scegliere il proprio successore

Nessuno in Curia credeva nel suo progetto di monarchia universale. Si sperava, tuttavia, che avrebbe favorito i contatti diplomatici con le nazioni europee e che prima o poi le sarebbe stato assegnato un nuovo regno, togliendolo così all’influenza protestante. Tutto il resto apparteneva all’utopia, o meglio alle visioni della regina, le stesse che le facevano rincorrere chiunque le promettesse la Panacèa universale o traesse buoni auspici dalle congiunzioni degli astri.

Fu amica del grande Cartesio e molte delle sue Accademie hanno dato lustro a Roma, con gli studi di matematica, di chimica e di biologia. Per non parlare dell’astronomia, per il cui impulso fu creato un osservatorio. La città ebbe presto un teatro pubblico, dove al posto dei castrati recitavano donne vere.
I concerti della sua corte erano invidiati in tutta Europa. La poesia ebbe libero corso e il Crescimbeni, sotto la sua influenza, rinnovò gli studi letterari, fondando lArcadia.

Particolare di un diponto allegorico di Cristina di Svezia con Renè Descartes (Cartesio)
Il Marchese Massimiliano Palombara

Un alone di mistero circondava la villa del marchese della Palombara. Vi si incontravamo le personalità più in vista, ma anche personaggi che si diceva fossero ricercati dall’ Inquisizione. C’era Atanasio Kircher, un gesuita molto stimato. C’era lo scienziato Alfonso Borelli che qualcuno diceva figlio di Frà Tommaso Campanella, c’era Michelangelo Ricci che era stato discepolo di Galileo e il poeta Santinelli, autore di strani sonetti per la regina. Uno di questi s’intitolava: “Il maestro Ermete al suo discepolo” :

«Odi e impara: in un sol corpo intatto,
I princìpi dell’ Or posti ha Natura
Nascosti agli occhi e più nascosti al tatto
Sotto una scorza escrementizia oscura.
L’ Arte che fa? Questa materia impura
Si reca in mano, e con il Fuoco estratto
Delle viscere sue, tanto depura,
Che fa l’ Oro in potenza uscire in atto.
Oro, ma non del volgo; Oro, che privo
Non è di spirto animatore, un oro,
Che il morto Oro vulgar ritorna vivo.
Tragge il raggio dall’ Ombra, oh gran lavoro!
Vile è il raggio del Sol, ch’è fuggitivo
Fisso stringelo in Polve, ed è tesoro.»

(Fine Prima Parte)

Articolo di Sergio Magaldi



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